Via dei Serpenti

Recensioni: Gilberto Severini – Backstage (Playgroud, 2013)
Philip Roth a settantanove anni ha dichiarato di non volere più scrivere, «chi ha bisogno di leggere un altro libro mediocre?». Alice Munro lo ha annunciato a ottantuno anni, «perché alla  mia età non vuoi più essere sola come uno scrittore deve essere». Di celebri addii alla scrittura ne possiamo ricordare altri: J.D. Salinger smise di pubblicare nel 1965, a “soli” sessantaquattro anni, il premio Nobel magiaro Imre Kertész lo ha fatto a ottantadue anni. Gilberto Severini, l’autore marchigiano candidato allo Strega 2011 con il suo A cosa servono gli amori infelici (qui la nostra recensione), si pone il problema a settantuno anni, scrivendo una lettera al suo editore Andrea Bergamini (Playground) per spiegare perché non sia riuscito a produrre il suo nuovo romanzo. Una lettera che diventa essa stessa un libro, Backstage, «frammenti di memoria rielaborati o inventati. A volte riflessioni suggerite da idee di autori citate con molta gratitudine», certamente non un addio alla scrittura. La prima riflessione riguarda proprio l’età massima per scrivere romanzi: settantatré anni secondo Pietro Citati, smentito però da Carlo Fruttero che nel 2006 (di anni ne aveva ottanta) pubblicò il romanzo giallo Donne informate sui fatti e quattro anni dopo l’ironica autobiografia Mutandine di chiffon. Severini non sembra aver trovato una risposta, sarà per questo che si affida ancora una volta alla formula epistolare «perché si scrivono lettere aspettando risposte», ripercorrendo tutte le domande che hanno attraversato la sua esistenza. Backstage è un’autobiografia ma diventa nuovo e raffinato pretesto per continuare, sempre con eleganza essenziale, quella ricerca di senso e di una spiegazione definitiva al mistero del vivere, per arrendersi comunque all’evidenza che «si deve vivere per tutto il tempo che si è vivi qualunque cosa succeda»… 
Continua a leggere la recensione di Backstage (qui)

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Recensioni: Gilberto Severini – Backstage (Playgroud, 2013)


Philip Roth a settantanove anni ha dichiarato di non volere più scrivere, «chi ha bisogno di leggere un altro libro mediocre?». Alice Munro lo ha annunciato a ottantuno anni, «perché alla  mia età non vuoi più essere sola come uno scrittore deve essere».
Di celebri addii alla scrittura ne possiamo ricordare altri: J.D. Salinger smise di pubblicare nel 1965, a “soli” sessantaquattro anni, il premio Nobel magiaro Imre Kertész lo ha fatto a ottantadue anni.
Gilberto Severini, l’autore marchigiano candidato allo Strega 2011 con il suo A cosa servono gli amori infelici (qui la nostra recensione), si pone il problema a settantuno anni, scrivendo una lettera al suo editore Andrea Bergamini (Playground) per spiegare perché non sia riuscito a produrre il suo nuovo romanzo. Una lettera che diventa essa stessa un libro, Backstage, «frammenti di memoria rielaborati o inventati. A volte riflessioni suggerite da idee di autori citate con molta gratitudine», certamente non un addio alla scrittura.
La prima riflessione riguarda proprio l’età massima per scrivere romanzi: settantatré anni secondo Pietro Citati, smentito però da Carlo Fruttero che nel 2006 (di anni ne aveva ottanta) pubblicò il romanzo giallo Donne informate sui fatti e quattro anni dopo l’ironica autobiografia Mutandine di chiffon. Severini non sembra aver trovato una risposta, sarà per questo che si affida ancora una volta alla formula epistolare «perché si scrivono lettere aspettando risposte», ripercorrendo tutte le domande che hanno attraversato la sua esistenza.
Backstage è un’autobiografia ma diventa nuovo e raffinato pretesto per continuare, sempre con eleganza essenziale, quella ricerca di senso e di una spiegazione definitiva al mistero del vivere, per arrendersi comunque all’evidenza che «si deve vivere per tutto il tempo che si è vivi qualunque cosa succeda»…

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