Via dei Serpenti

Recensione - Cate, io di Matteo Cellini (Fazi Editore)
Caterina ha diciassette anni e un’idea di sé estremamente ingombrante. Non che il suo corpo non lo sia, certo, Caterina si è sempre tirata dietro nomignoli come Cate-ciccia, Cate-bomba e roba così. Ma il suo corpo, nella sua testa, assume dimensioni talmente grandi da comprendere ogni cosa, ogni idea del mondo, di sé stessa e del futuro, ma soprattutto da oscurare le persone che ha intorno e a cui attribuisce ogni sorta di pensiero orribile su di sé. In realtà è lei stessa a pensare quei pensieri e a farseli colare addosso come piombo fuso. Il fatto è che al di là del suo corpo non riesce a vedere nient’altro, tanto che ogni mattina quando esce di casa smette di essere Caterina per interpretare un ruolo che si è affibbiata da sola, quello dell’antieroina: «Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina. Mi chiamo Cater-pillar ora. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva». Caterina si chiude in sé stessa e non riesce a vedere al di là del suo grasso. Non vede l’amicizia che le offre Anna su un piatto d’argento, non riesce ad accettare che Giacomo possa trovarla bella e interessante, non si accorge della soddisfazione e della felicità che riempiono la vita del fratello maggiore il quale, ugualmente pesante, vive il suo corpo con estrema leggerezza. Come d’altronde non riesce a vedere la sua prof prediletta, che lei stessa ha posto su un piedistallo dorato, nella sua completezza, difetti compresi. Forse perché Caterina è donna, sembra suggerire l’autore sul finale, quando sua madre le confessa di aver sofferto allo stesso modo. Forse le donne hanno un diverso rapporto con il proprio corpo, forse la società si aspetta da quest’ultimo cose diverse. Forse sì, ma forse è anche vero che l’adolescenza è uguale per tutti e la ricerca di accettazione da parte degli altri, la strenua lotta per il diritto all’uguaglianza, è unisex…
Continua a leggere la recensione di Cate, io (qui)
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Recensione - Cate, io di Matteo Cellini (Fazi Editore)

Caterina ha diciassette anni e un’idea di sé estremamente ingombrante. Non che il suo corpo non lo sia, certo, Caterina si è sempre tirata dietro nomignoli come Cate-ciccia, Cate-bomba e roba così. Ma il suo corpo, nella sua testa, assume dimensioni talmente grandi da comprendere ogni cosa, ogni idea del mondo, di sé stessa e del futuro, ma soprattutto da oscurare le persone che ha intorno e a cui attribuisce ogni sorta di pensiero orribile su di sé.
In realtà è lei stessa a pensare quei pensieri e a farseli colare addosso come piombo fuso. Il fatto è che al di là del suo corpo non riesce a vedere nient’altro, tanto che ogni mattina quando esce di casa smette di essere Caterina per interpretare un ruolo che si è affibbiata da sola, quello dell’antieroina: «Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina. Mi chiamo Cater-pillar ora. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva».
Caterina si chiude in sé stessa e non riesce a vedere al di là del suo grasso. Non vede l’amicizia che le offre Anna su un piatto d’argento, non riesce ad accettare che Giacomo possa trovarla bella e interessante, non si accorge della soddisfazione e della felicità che riempiono la vita del fratello maggiore il quale, ugualmente pesante, vive il suo corpo con estrema leggerezza. Come d’altronde non riesce a vedere la sua prof prediletta, che lei stessa ha posto su un piedistallo dorato, nella sua completezza, difetti compresi.
Forse perché Caterina è donna, sembra suggerire l’autore sul finale, quando sua madre le confessa di aver sofferto allo stesso modo. Forse le donne hanno un diverso rapporto con il proprio corpo, forse la società si aspetta da quest’ultimo cose diverse. Forse sì, ma forse è anche vero che l’adolescenza è uguale per tutti e la ricerca di accettazione da parte degli altri, la strenua lotta per il diritto all’uguaglianza, è unisex…

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