Via dei Serpenti

Recensione - Cate, io di Matteo Cellini (Fazi Editore)
Caterina ha diciassette anni e un’idea di sé estremamente ingombrante. Non che il suo corpo non lo sia, certo, Caterina si è sempre tirata dietro nomignoli come Cate-ciccia, Cate-bomba e roba così. Ma il suo corpo, nella sua testa, assume dimensioni talmente grandi da comprendere ogni cosa, ogni idea del mondo, di sé stessa e del futuro, ma soprattutto da oscurare le persone che ha intorno e a cui attribuisce ogni sorta di pensiero orribile su di sé. In realtà è lei stessa a pensare quei pensieri e a farseli colare addosso come piombo fuso. Il fatto è che al di là del suo corpo non riesce a vedere nient’altro, tanto che ogni mattina quando esce di casa smette di essere Caterina per interpretare un ruolo che si è affibbiata da sola, quello dell’antieroina: «Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina. Mi chiamo Cater-pillar ora. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva». Caterina si chiude in sé stessa e non riesce a vedere al di là del suo grasso. Non vede l’amicizia che le offre Anna su un piatto d’argento, non riesce ad accettare che Giacomo possa trovarla bella e interessante, non si accorge della soddisfazione e della felicità che riempiono la vita del fratello maggiore il quale, ugualmente pesante, vive il suo corpo con estrema leggerezza. Come d’altronde non riesce a vedere la sua prof prediletta, che lei stessa ha posto su un piedistallo dorato, nella sua completezza, difetti compresi. Forse perché Caterina è donna, sembra suggerire l’autore sul finale, quando sua madre le confessa di aver sofferto allo stesso modo. Forse le donne hanno un diverso rapporto con il proprio corpo, forse la società si aspetta da quest’ultimo cose diverse. Forse sì, ma forse è anche vero che l’adolescenza è uguale per tutti e la ricerca di accettazione da parte degli altri, la strenua lotta per il diritto all’uguaglianza, è unisex…
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Recensione - Cate, io di Matteo Cellini (Fazi Editore)

Caterina ha diciassette anni e un’idea di sé estremamente ingombrante. Non che il suo corpo non lo sia, certo, Caterina si è sempre tirata dietro nomignoli come Cate-ciccia, Cate-bomba e roba così. Ma il suo corpo, nella sua testa, assume dimensioni talmente grandi da comprendere ogni cosa, ogni idea del mondo, di sé stessa e del futuro, ma soprattutto da oscurare le persone che ha intorno e a cui attribuisce ogni sorta di pensiero orribile su di sé.
In realtà è lei stessa a pensare quei pensieri e a farseli colare addosso come piombo fuso. Il fatto è che al di là del suo corpo non riesce a vedere nient’altro, tanto che ogni mattina quando esce di casa smette di essere Caterina per interpretare un ruolo che si è affibbiata da sola, quello dell’antieroina: «Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina. Mi chiamo Cater-pillar ora. Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva».
Caterina si chiude in sé stessa e non riesce a vedere al di là del suo grasso. Non vede l’amicizia che le offre Anna su un piatto d’argento, non riesce ad accettare che Giacomo possa trovarla bella e interessante, non si accorge della soddisfazione e della felicità che riempiono la vita del fratello maggiore il quale, ugualmente pesante, vive il suo corpo con estrema leggerezza. Come d’altronde non riesce a vedere la sua prof prediletta, che lei stessa ha posto su un piedistallo dorato, nella sua completezza, difetti compresi.
Forse perché Caterina è donna, sembra suggerire l’autore sul finale, quando sua madre le confessa di aver sofferto allo stesso modo. Forse le donne hanno un diverso rapporto con il proprio corpo, forse la società si aspetta da quest’ultimo cose diverse. Forse sì, ma forse è anche vero che l’adolescenza è uguale per tutti e la ricerca di accettazione da parte degli altri, la strenua lotta per il diritto all’uguaglianza, è unisex…

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Recensione - La pedina sullo scacchiere di Irène Némirovsky (Editori Internazionali Riuniti)

«Un’altra giornata è trascorsa… Un giorno in meno da vivere… grazie al cielo…»
Straziante e decadente è la frase che apre questo capolavoro inedito di Irène Némirovsky: La pedina sullo scacchiere. Decisamentenelle corde della scrittrice ebrea deportata nel 1942, morta a Birkenau nello stesso anno e autrice del celebre Suite francese, questo piccolo scritto racconta la storia di Christophe Bohun. Un uomo tremendamente fragile, in fuga da sé stesso e dalla sua vita inconsistente, che in una Parigi di inizio Novecento assiste alla propria disfatta professionale e personale come uno spettatore qualsiasi e mai come protagonista. La vita non gli regala un solo attimo di felicità ma solo giorni tutti uguali. Costretto a vivere con una moglie che non ama, un padre ormai vecchio e in fin di vita, coinvolto in un colossale crac finanziario dieci anni prima, e un’amante/amica/confidente, la cugina Murielle, che vive in casa con loro alla stregua di una sguattera.
L’unico evento atteso e sperato è proprio l’imminente morte del vecchio Bahun che negli ultimi anni ha rappresentato la sola fonte di denaro per tutti. Se non fosse che tutti in casa lo odiano tranne il suo fedele servitore.
A ogni momento è legato un ricordo straziante, un passato di fasti e serenità, il vero amore di Christophe riposto nella giovane e bella Murielle ma purtroppo per entrambi non abbastanza facoltosa e, infine, la decisione di sposare un’altra donna. Un passato di scelte ponderate ma sbagliate e ora dov’è la felicità per Christophe? E quella della povera moglie Geneviève? E di Murielle? Ognuno vive una vita al limite della sopportazione, del grottesco e dell’infelicità. E i brevi momenti di apparente serenità sono oscurati dalla cruda verità: non c’è più un tempo per essere felici, per amare e per vivere…

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Le interviste dei Serpenti – Anthony Cartwright
Dopo la recensione di Heartland, pubblicato da 66thand2nd, concludiamo con l’intervista all’autore Anthony Cartwright. 
Nato a Dudley nel 1973, si è laureato in Letteratura inglese e americana, ha lavorato in fabbrica, in un impianto di inscatolamento carni, in diversi pub, al mercato di Old Spitalfields e per la metropolitana di Londra, poi è diventato insegnante. Ha esordito con The Afterglow, tra i vincitori del premio Betty Trask 2004. Nell’agosto 2012 è uscito il suo ultimo romanzo, How I Killed Margaret Thatcher. Cartwright si dichiara onorato di appartenere alla grande famiglia del realismo sociale inglese – in compagnia di autori come Alan Sillitoe, David Storey e Roddy Doyle –, ma il suo tributo maggiore lo versa all’impulso documentaristico di James Ellroy e alle vertigini stilistiche di Don DeLillo.

Da The Afterglow a How I killed Margaret Thatcher, dove sta andando la tua scrittura?È importante sottolineare che tutti e tre i romanzi sono ambientati nella stessa zona, perciò c’è una decisa impronta regionale. The Afterglow parla della perdita di un figlio, un bambino che viene investito da un camion. Ogni capitolo del libro racconta la storia dal punto di vista di un membro della famiglia e delle persone che in un modo o nell’altro le sono collegate. Rispetto agli altri due romanzi lo sfondo è utilizzato in modo diverso. Il bambino muore negli anni Ottanta e la storia è ambientata nei Novanta. Come negli altri romanzi c’è un guardare indietro e un rendersi conto di come certe condizioni socioeconomiche abbiano un impatto sulla vita degli individui. Naturalmente questo tema è presente anche in Heartland. In termini di evoluzione, Heartland si apre un po’ di più a temi sociali in senso ampio, al mondo, al conflitto tra culture. Il mio ultimo romanzo, How I killed Margaret Thatcher, è stilisticamente ancora diverso, nell’uso della prima persona, di una sola voce. Credo di aver finito per scriverlo così perché è venuto dopo Heartland, ma penso che la mia scrittura voglia tornare alla polifonia, alla molteplicità di punti di vista che ho praticato finora. Riguardo ai temi, poi, a soggetti come il paesaggio, l’impatto delle questioni sociali sulla vita degli individui e delle famiglie, e lo sport, ecco, mi piacerebbe scrivere di nuovo di calcio, anzi sono sicuro che il calcio tornerà nella mia scrittura. È da qualche mese che sto provando qualcosa di completamente diverso, una storia per bambini, ambientata nel passato, con uno stile abbastanza tradizionale, nonostante vi emergano alcuni dei temi sociali che mi stanno a cuore. Lungo tutta la loro carriera gli scrittori tornano sempre a quella manciata di metafore e idee che li ispirano…

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Le interviste dei Serpenti – Anthony Cartwright

Dopo la recensione di Heartland, pubblicato da 66thand2nd, concludiamo con l’intervista all’autore Anthony Cartwright.

Nato a Dudley nel 1973, si è laureato in Letteratura inglese e americana, ha lavorato in fabbrica, in un impianto di inscatolamento carni, in diversi pub, al mercato di Old Spitalfields e per la metropolitana di Londra, poi è diventato insegnante. Ha esordito con The Afterglow, tra i vincitori del premio Betty Trask 2004. Nell’agosto 2012 è uscito il suo ultimo romanzo, How I Killed Margaret Thatcher. Cartwright si dichiara onorato di appartenere alla grande famiglia del realismo sociale inglese – in compagnia di autori come Alan Sillitoe, David Storey e Roddy Doyle –, ma il suo tributo maggiore lo versa all’impulso documentaristico di James Ellroy e alle vertigini stilistiche di Don DeLillo.

Da The Afterglow a How I killed Margaret Thatcher, dove sta andando la tua scrittura?
È importante sottolineare che tutti e tre i romanzi sono ambientati nella stessa zona, perciò c’è una decisa impronta regionale. The Afterglow parla della perdita di un figlio, un bambino che viene investito da un camion. Ogni capitolo del libro racconta la storia dal punto di vista di un membro della famiglia e delle persone che in un modo o nell’altro le sono collegate. Rispetto agli altri due romanzi lo sfondo è utilizzato in modo diverso. Il bambino muore negli anni Ottanta e la storia è ambientata nei Novanta. Come negli altri romanzi c’è un guardare indietro e un rendersi conto di come certe condizioni socioeconomiche abbiano un impatto sulla vita degli individui. Naturalmente questo tema è presente anche in Heartland. In termini di evoluzione, Heartland si apre un po’ di più a temi sociali in senso ampio, al mondo, al conflitto tra culture. Il mio ultimo romanzo, How I killed Margaret Thatcher, è stilisticamente ancora diverso, nell’uso della prima persona, di una sola voce. Credo di aver finito per scriverlo così perché è venuto dopo Heartland, ma penso che la mia scrittura voglia tornare alla polifonia, alla molteplicità di punti di vista che ho praticato finora. Riguardo ai temi, poi, a soggetti come il paesaggio, l’impatto delle questioni sociali sulla vita degli individui e delle famiglie, e lo sport, ecco, mi piacerebbe scrivere di nuovo di calcio, anzi sono sicuro che il calcio tornerà nella mia scrittura. È da qualche mese che sto provando qualcosa di completamente diverso, una storia per bambini, ambientata nel passato, con uno stile abbastanza tradizionale, nonostante vi emergano alcuni dei temi sociali che mi stanno a cuore. Lungo tutta la loro carriera gli scrittori tornano sempre a quella manciata di metafore e idee che li ispirano…

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Recensione - Heartland di Anthony Cartwright (66thand2nd)
In Heartland comincia tutto dai nomi. Nel nome di Cinderheath, la cittadina delle Midlands che è teatro degli eventi, coesistono schiacciati uno contro l’altro cinder, sia carbone che nutre i dark satanic mills, sia scoria metallica, sia, infine, in fondo al ciclo di produzione e recupero dello scarto, ciò che diventa cinder block, i blocchi di calcestruzzo di scorie di cui sono fatti gli edifici industriali, e heath, la brughiera, con il suo alternarsi di conche e crinali ricoperti di erica a perdita d’occhio. Un paesaggio inglese trasformato negli ultimi secoli dalla presenza delle fabbriche nelle conche, e delle case su per i fianchi e in cima ai rilievi, in cui oggi i confini tra zone produttive, residenziali e di consumo sono sbiaditi perché non c’è lavoro. Questo paesaggio è la heartland di Rob, il protagonista del romanzo (ma definirlo protagonista è attribuirgli un ruolo dai contorni netti, mentre lui è sì sguardo unificante eppure è insieme sfuggente, sfumato, spettatore), che alla fine di tutto, delle partite, delle elezioni, del libro, per smaltire la bevuta fa una passeggiata e arriva in cima a «Cinderheath Lane, prima della discesa verso la conca. Da lì si vedevano i lotti in tutta la loro estensione e oltre, le vecchie fabbriche e i negozi e la chiesa e la moschea, altri lotti di case popolari molto simili a loro e canali e autostrade e campi e edifici diroccati e le ultime ciminiere rimaste in piedi»…

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Recensione - Heartland di Anthony Cartwright (66thand2nd)

In Heartland comincia tutto dai nomi. Nel nome di Cinderheath, la cittadina delle Midlands che è teatro degli eventi, coesistono schiacciati uno contro l’altro cinder, sia carbone che nutre i dark satanic mills, sia scoria metallica, sia, infine, in fondo al ciclo di produzione e recupero dello scarto, ciò che diventa cinder block, i blocchi di calcestruzzo di scorie di cui sono fatti gli edifici industriali, e heath, la brughiera, con il suo alternarsi di conche e crinali ricoperti di erica a perdita d’occhio.
Un paesaggio inglese trasformato negli ultimi secoli dalla presenza delle fabbriche nelle conche, e delle case su per i fianchi e in cima ai rilievi, in cui oggi i confini tra zone produttive, residenziali e di consumo sono sbiaditi perché non c’è lavoro. Questo paesaggio è la heartland di Rob, il protagonista del romanzo (ma definirlo protagonista è attribuirgli un ruolo dai contorni netti, mentre lui è sì sguardo unificante eppure è insieme sfuggente, sfumato, spettatore), che alla fine di tutto, delle partite, delle elezioni, del libro, per smaltire la bevuta fa una passeggiata e arriva in cima a «Cinderheath Lane, prima della discesa verso la conca. Da lì si vedevano i lotti in tutta la loro estensione e oltre, le vecchie fabbriche e i negozi e la chiesa e la moschea, altri lotti di case popolari molto simili a loro e canali e autostrade e campi e edifici diroccati e le ultime ciminiere rimaste in piedi»…

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Recensione - Lady Butterfly. Diario di una cacciatrice di farfalle di Margaret Fountaine (Elliot)
Del diario ha tutte le caratteristiche, questo delizioso libro edito Elliot. Con un linguaggio fresco, spontaneo, senza troppi giri di parole e per nulla artefatto, Margaret Fountaine restituisce a se stessa – ma oggi ai lettori – le proprie sensazioni e le avventure vissute dall’adolescenza alla vecchiaia. È difficile per me stilare una recensione nel senso classico del termine. Proprio perché Margaret scrive più per dovere di cronaca, per catalogare i risultati della propria passione – la caccia alle farfalle, appunto – è difficile dare un giudizio stilistico. Ma sicuramente, un punto di forza della narrazione è proprio questa spontaneità, la chiarezza nell’esposizione, la sincerità (essendo un diario, Fountaine tende a non peccare di ipocrisia, rischio alquanto elevato qualora l’intenzione fosse stata la scrittura di un romanzo autobiografico). Ed essendo un diario, anche se riscritto dalla minuta alla bella copia, non si pecca di “anticipazioni”: non si dà cioè al lettore la sensazione di sapere già che cosa succederà “dopo”, anche se quel dopo, nel corso della seconda stesura, è già arrivato. Al massimo, si danno elementi per far intuire il seguito: per esempio, quando la protagonista anticipa che l’amore della sua vita – una guida incontrata in Medio Oriente – si sarebbe rivelato un “bugiardo”. Non mancano note di sorprendente acutezza sulla realtà circostante: «Rachel e io imparammo ad andare in bicicletta, un grazioso sport ora praticato dal più gentile dei due sessi, e a ogni età; in taluni casi anche da persone claudicanti o invalide. Ben presto afferrai lo spirito della cosa (si deve sempre afferrare in qualche modo lo spirito dei tempi, non so bene perché)»…

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Recensione - Lady Butterfly. Diario di una cacciatrice di farfalle di Margaret Fountaine (Elliot)

Del diario ha tutte le caratteristiche, questo delizioso libro edito Elliot. Con un linguaggio fresco, spontaneo, senza troppi giri di parole e per nulla artefatto, Margaret Fountaine restituisce a se stessa – ma oggi ai lettori – le proprie sensazioni e le avventure vissute dall’adolescenza alla vecchiaia.
È difficile per me stilare una recensione nel senso classico del termine. Proprio perché Margaret scrive più per dovere di cronaca, per catalogare i risultati della propria passione – la caccia alle farfalle, appunto – è difficile dare un giudizio stilistico. Ma sicuramente, un punto di forza della narrazione è proprio questa spontaneità, la chiarezza nell’esposizione, la sincerità (essendo un diario, Fountaine tende a non peccare di ipocrisia, rischio alquanto elevato qualora l’intenzione fosse stata la scrittura di un romanzo autobiografico).
Ed essendo un diario, anche se riscritto dalla minuta alla bella copia, non si pecca di “anticipazioni”: non si dà cioè al lettore la sensazione di sapere già che cosa succederà “dopo”, anche se quel dopo, nel corso della seconda stesura, è già arrivato. Al massimo, si danno elementi per far intuire il seguito: per esempio, quando la protagonista anticipa che l’amore della sua vita – una guida incontrata in Medio Oriente – si sarebbe rivelato un “bugiardo”.
Non mancano note di sorprendente acutezza sulla realtà circostante: «Rachel e io imparammo ad andare in bicicletta, un grazioso sport ora praticato dal più gentile dei due sessi, e a ogni età; in taluni casi anche da persone claudicanti o invalide. Ben presto afferrai lo spirito della cosa (si deve sempre afferrare in qualche modo lo spirito dei tempi, non so bene perché)»…

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La nuova grafica di Del Vecchio Editore

"…il libro che abbiamo immaginato è, come direbbe Maurizio (Ceccato), un oggetto retrofuturista, che recupera tutta una tradizione di iconografie e disegni che hanno attraversato il passato recente, la cultura popolare. Cose come i vecchi timbri a stampa, i caratteri mobili, l’immaginario dei manifesti pubblicitari degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Naturalmente, accanto a questa operazione estetica abbiamo ragionato molto sui paratesti. In quarta di copertina non metteremo né strilli né opinioni dell’editore, né sinossi perché crediamo che al lettore serva inquadrare il libro, un primo approccio attraverso poche parole chiave che sono come dei tag. Non interpretazioni a posteriori dell’editore, dell’editor, del lettore, bensì parole prelevate dall’interno del testo…".

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Collana Forme Brevi di Del Vecchio Editore

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Le interviste dei Serpenti – Pietro Del Vecchio

Proseguono le interviste di Via dei Serpenti con Pietro Del Vecchio, fondatore dell’omonima casa editrice nel 2007. Nel novembre scorso l’editore romano ha rinnovato la propria immagine sul web e rivoluzionato la veste grafica dei suoi libri. La proposta editoriale di Del Vecchio si sintetizza nelle tre collane: formelunghe, formebrevi e poesia.

Cosa spinge in un’Italia come quella di oggi ad aprire una casa editrice? Ci puoi dare una risposta razionale e una irrazionale?
Non ho nessuna risposta illuminante, meravigliosa o che squarci veli. Posso raccontarti come è nata per me. Facevo filologia romanza all’università di Roma e a un certo punto mi sono immaginato molto avulso e alieno dalla vita e dalla concretezza, in mezzo a codici romanzi in provenzale del XIII secolo, per cui ho detto che c’era bisogno di dare forma e sostanza a una serie di passioni. Ho preso la palla al balzo e ho chiesto un prestito a mio padre e da lì ho cominciato a immaginare di poter convogliare una serie di esperienze, competenze e passioni in qualcosa di molto concreto. Competenze rispetto al mestiere editoriale che mi sono quasi dovuto inventare, venendo dal mondo universitario. Razionalità e irrazionalità sono intimamente unite. Parto sempre da un colpo di follia ragionato a cui arrivo con tempi biblici. Mi macero per tre, quattro anni e poi alle persone che mi stanno intorno sembra che faccia una pazzia da un momento all’altro

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“The most important thing I’ve learned about writing is never write too much at a time,” Hemingway said, tapping my arm with his finger. “Never pump yourself dry. Leave a little for the next day. The main thing is to know when to stop. Don’t wait till you’ve written yourself out. When you’re still going good and you come to an interesting place and you know what’s going to happen next, that’s the time to stop. Then leave it alone and don’t think about it; let your subconscious mind do the work. The next morning, when you’ve had a good sleep and you’re feeling fresh, rewrite what you wrote the day before. When you come to the interesting place and you know what is going to happen next, go on from there and stop at another high point of interest. That way, when you get through, your stuff is full of interesting places and when you write a novel you never get stuck and you make it interesting as you go along.”

A reading list Ernest Hemingway created for a young writer in 1934.
The reading list:
The Blue Hotel by Stephen Crane
The Open Boat by Stephen Crane
Madame Bovary by Gustave Flaubert
Dubliners by James Joyce
The Red and the Black by Stendhal
Of Human Bondage by Somerset Maugham
Anna Karenina by Leo Tolstoy
War and Peace by Leo Tolstoy
Buddenbrooks by Thomas Mann
Hail and Farewell by George Moore
The Brothers Karamazov by Fyodor Dostoyevsky
The Oxford Book of English Verse
The Enormous Room by E. E. Cummings
Wuthering Heights by Emily Bronte
Far Away and Long Ago by W. H. Hudson
The American by Henry James

“The most important thing I’ve learned about writing is never write too much at a time,” Hemingway said, tapping my arm with his finger. “Never pump yourself dry. Leave a little for the next day. The main thing is to know when to stop. Don’t wait till you’ve written yourself out. When you’re still going good and you come to an interesting place and you know what’s going to happen next, that’s the time to stop. Then leave it alone and don’t think about it; let your subconscious mind do the work. The next morning, when you’ve had a good sleep and you’re feeling fresh, rewrite what you wrote the day before. When you come to the interesting place and you know what is going to happen next, go on from there and stop at another high point of interest. That way, when you get through, your stuff is full of interesting places and when you write a novel you never get stuck and you make it interesting as you go along.”

A reading list Ernest Hemingway created for a young writer in 1934.

The reading list:

  • The Blue Hotel by Stephen Crane
  • The Open Boat by Stephen Crane
  • Madame Bovary by Gustave Flaubert
  • Dubliners by James Joyce
  • The Red and the Black by Stendhal
  • Of Human Bondage by Somerset Maugham
  • Anna Karenina by Leo Tolstoy
  • War and Peace by Leo Tolstoy
  • Buddenbrooks by Thomas Mann
  • Hail and Farewell by George Moore
  • The Brothers Karamazov by Fyodor Dostoyevsky
  • The Oxford Book of English Verse
  • The Enormous Room by E. E. Cummings
  • Wuthering Heights by Emily Bronte
  • Far Away and Long Ago by W. H. Hudson
  • The American by Henry James

(Source: theparisreview)

            

Recensione – Il realismo è l’impossibile di Walter Siti (Nottetempo)

Arnheim in Arte e percezione visiva faceva una bella osservazione sui disegni dei bambini: i piccoli disegnavano ogni cosa rotonda. In particolare una sega elettrica era disegnata come un cerchio con tanti cerchietti attorno. Questo non perché il bambino non sappia vedere la forma dell’oggetto per quella che è, aguzza; ma perché il cerchio è la prima forma che si riesce a disegnare, la più semplice, mentre la linea spezzata si impara più avanti.
Questo accade anche quando uno scrittore alle prime armi (o che non si sia fatto certe domande) cerca di descrivere una scena. Ci sono troppe cose a cui pensare, descrizioni di ambienti o circostanze in cui calare i personaggi o le considerazioni, e così si cade nei cliché: la bionda tipica, il bello e impossibile, il buono sfigato, il funerale con la pioggia, il bambino innocente. La richiesta più frequente che un editor possa fare oggi a uno scrittore, mi pare, è «dimmi qualcosa che non so, quello che so non scriverlo, non esiste». E troppe persone (mi metto nel gruppo) sono tentate dallo scrivere che il cielo è blu, che la risata dei bambini è rinfrancante, che stendersi su un prato è bello. Quale cielo? Blu come? Il cielo sopra quale città o paese? Che bambino è? Ha tutti i denti? Cosa intendi per bello, il prato è senza cacche o lumache? Perché hai sentito il bisogno di menzionare cose vaghe? Se non sai maneggiare il vago, se non sai essere ellittico, se la tua vaghezza è semplicemente mancanza di argomenti, di parole, di precisione, salta subito all’occhio e tu non hai scritto niente…

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